martedì 6 ottobre 2009

Musica Violino, Jazz - Violinista: Joe Venuti

Ecco il primo post che Francesco del Prete (valente ed apprezzato violinista jazz italiano nonchè amico  di vecchia data) scrive per ViolinistiNet. Ci accompagnerà  lungo questo  viaggio nel mondo jazzistico. Sono davvero felice di vederlo collaborare con noi. Ci dà il benvenuto parlandoci del grande Joe Venuti.






Joe Venuti e il Violino Jazz
di Francesco Del Prete




All’inizio degli anni Venti del secolo scorso appare un uomo giustamente considerato il primo vero violinista solista della storia del jazz,
Joe Venuti. Strumentista eccezionale, “he had tremendous technique and he could swing more intensely than most horn players” [trad.: “in possesso di una tecnica tremenda e di uno swing più efficace di molti suoi colleghi trombettisti”].Musicista dalla sonorità generosa – quando necessario riusciva a produrre un suono talmente alto da essere ascoltato in mezzo ad una big band – e con una particolare cura nei confronti della melodia; secondo alcuni critici è proprio da questa naturale propensione che viene a galla tutta l’italianità del musicista, dotato di un suono caldo e rotondo, poco aggressivo, solo a tratti leggermente ruvido. Ha saputo esplorare tutte le possibilità del suo strumento, armonici, pizzicati, doppie corde, a volte anche quadruple(!), passando il violino tra il legno dell’archetto ed i crini allentati – Four String Joe.Tappa fondamentale della sua vita, l’incontro col chitarrista Eddie Lang – in realtà Salvatore Massaro – di origini italiane anch’egli, col quale negli anni Venti crea quel magnifico sound violino-chitarra col famoso gruppo dei Blue Four, primo tentativo convincente di un jazz da camera qualche anno dopo ripreso in Francia, ma sviluppato in maniera diversa, da Stéphane Grappelli e Django Reinhardt.Joe ed Eddy, compagni quasi inseparabili, polistrumentisti entrambi – la leggenda vuole che si giocassero col lancio di una monetina la scelta dei due strumenti! – tecnicamente ferratissimi, mettono a punto un linguaggio originale e specifico per i loro strumenti, del tutto indipendente dai modelli allora a disposizione: i country fiddler ed i chitarristi blues.I due italo-americani sapranno fare dell’ottimo jazz, ma anche molta altra musica, compresa la classica, partendo da presupposti e preparazioni tecniche differenti da quelli allora considerati canonici per un jazzman. La loro esperienza non è quindi riconducibile ad alcun tipo di stile, scuola e tendenza. Circostanza questa che prima ostacolerà e poi accompagnerà il riconoscimento di pubblico e critica. Alla fine degli anni Venti, almeno in Europa, i loro nomi facevano già parte del gruppetto di jazzmen bianchi più famosi. Poi la critica, francese soprattutto, con i suoi ostracismi, e la swing era, con la sua popolarità, provocarono i primi ripensamenti sull’effettivo valore del duo. A questo si deve aggiungere un’interpretazione, durante i concerti del tandem in questione, dotata di quel pizzico di humour distaccato che alleggeriva il coinvolgimento dell’ascoltatore-spettatore. Lang e Venuti avevano l’aria, ma, come chiarirà il violinista diversi anni dopo, anche l’intenzione, di burlarsi spesso del pubblico, non in maniera irriverente o offensiva, ma con la volontà manifesta di non prendersi, essi per primi, troppo sul serio. Dovremo attendere qualche anno ed il successo del quintetto dell’Hot Club de France e dei vari proseliti di Venuti Warlop, Asmussen,  per riportare la giusta attenzione sul lavoro svolto in studio dal 1926 al 1933 da quei pionieri di origine italiana. Perché di veri capiscuola si tratta: la coesione di questo ensemble è perfetta; al timbro raffinato, alla delicatezza melodica ed al profondo lirismo, allo swing sottile ed al relativo avanguardismo di Venuti, Lang aggiunge un accompagnamento nel ritmo e nel contrappunto così ricco che a volte si ha l’impressione di ascoltare una sezione ritmica completa. Grande successo riscuotono infatti i Blue Four, dal sound particolarissimo creato dalla combinazione con sax basso e piano. Purtroppo Lang verrà a mancare il 26 marzo del 1933 a causa di complicazioni successive ad un banale intervento di tonsillectomia ed il nostro violinista tarderà a riprendersi dallo shock della perdita. Pur affidandosi a validi chitarristi quali Dick McDonough e Frank Victor non riesce a ritrovare quel magico sound che ha creato con il suo compagno. Pian piano verrà dimenticato. Dobbiamo apprezzare gli sforzi del promoter Dick Gibson che, avendolo scovato verso la fine degli anni Sessanta in giro per i locali di Seattle, lo presentò a numerosi jazz parties frequentati da importanti jazzisti, i quali furono piacevolmente meravigliati di scoprire non solo che il vecchio Joe era ancora vivo, ma anche che “he was playing better than ever. Although forgotten by the jazz world, and thoroughly obscure figure to the general public, Venuti nonetheless maintained the highest standards for himself musically and didn’t permit his playing to deteriorate a bit”. [trad.: “egli stava suonando meglio di prima. Nonostante fosse stato dimenticato dal mondo del jazz, e sebbene fosse del tutto sconosciuto al grosso pubblico, Venuti aveva mantenuto musicalmente degli standard qualitativi molto alti e non aveva permesso al suo modo di suonare di peggiorare”]. Furono questi i suoi secondi dieci anni di grandissimo successo – i primi dieci li passò accanto ad Eddie Lang fra il 1923 e il 1933 – che lo portarono nelle sale da concerto di tutto il mondo per la gioia degli appassionati della musica del secolo scorso. Joe suonò fino a poche settimane prima di morire di cancro, il 14 agosto 1978 e, come ha sottolineato il jazz mandolinist Jethro Burns, “it’s going to be many years before people realize how great he really was!”. [trad.: “dovranno passare molti anni prima che la gente realizzi quanto è stato grande”].È un imperdonabile errore che alcuni frettolosi studiosi di jazz – come ad esempio Gunther Schuller nel suo libro Early Jazz del 1979 – non degnino della pur minima citazione né lui né il suo formidabile chitarrista!Tutti i jazz fiddlers che seguono Venuti saranno tremendamente influenzati dall’italo-americano, anche se, in realtà, non dal suo stile molto personale.






1 commento:

  1. Joe è stato il più grande violinista di tutti i tempi,purtroppo il suo carattere e la sua personalità non gli hanno consentito di passare alla storia come tale.Però basta ascoltare per comnprendere il suo "graffiante" e inimitabile stile.

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