sabato 31 ottobre 2009

Musica Violino, World - La Musica Celtica

La Musica Del Donegal
Di Francesca Guccione


Oggi cade una ricorrenza particolare famosa in tutto il mondo,ma pochi sanno che questa tradizione  affonda le sue radici in un antico passato.
Questo periodo,infatti,segnato dalle piogge d’Autunno, rappresentava una porta di passaggio tra l’aldilà e il mondo terreno e il momento in cui il passato,investiva con tutti i suoi ricordi e credenze il presente.
La sensibilità popolare di tutte le culture,legata ai ritmi della natura ha parlato  di questa giornata,in particolare le tribù dei Celti , profondamente legate alle radici della Madre terra,che posero in questa data la festività di Sahmain.
Ed è in ricordo di questo popolo,che ha così segnato al suo passaggio tutte le terre in cui ha camminato, che oggi parleremo del Donegal e dei suoi violini, lasciando che le note di un vecchio fiddle , ci accompagnino  in un pub, tra Jigs e reels.
In questa Contea, in cui ancora si conserva la lingua gaelica, è conservata una lunga tradizione musicale, che si è caratterizzata tecnicamente rispetto al resto dell’Irlanda, soprattutto viene utilizzato il fiddle .
Quest’ultimo ha sempre ricalcato il suono della cornamusa e proprio per questo il fiddle del Donegal si è differenziato dal resto dell’isola, infatti mentre nel resto dell’Irlanda predominano le uillean pipes, nel Donegal la cornamusa più frequente è la pìob mòr, molto vicina alla cornamusa scozzese e mentre nella tecnica musicale del resto dell’Irlanda predomina l’uso del legato,  ricco di abbellimenti, nel Donegal lo stile è più essenziale, con un colpo d’archetto per una sola nota e l’uso dello staccato.
In questa regione è  presente una tradizione di duo fiddling, mentre nel resto dell’isola il fiddle è uno strumento solista e  strumenti come la concertina e il Tin Whistle sono entrati in questa regione soltanto  negli ultimi decenni.
Queste differenze dipendono sicuramente  dall’importanza dell’influenza della Scozia, che storicamente ha svolto un ruolo importante nella vita e nella società di questa regione,influenza che è visibile anche nel repertorio, con l’introduzione di ritmi che appartengono alla musica tradizionale scozzese:
Le Strathspeys,  le Highlands, le Barndances e le Mazurkas.
Dopo questo rapido cenno sull’Irlanda,vi lascio con le parole di un libro che ho particolarmente a cuore e che descrive la notte di Samhain….buon Halloween!

“Qualcosa in Merlino cercava di riportarlo indietro.
Ancora la foresta…Ricordi vaghi,così lontani che non ne restava quasi niente.
Dei volti,però,delle figure simili a bambini.
La confusione di una battaglia,ma con la sensazione che i bambini dei boschi erano amici.
Poi,infine,dei volti più definiti. Il ricordo di un nome. Un viso,soprattutto, sovrastava gli altri nei meandri della sua memoria.”
 (Da Il Passo di Merlino di  Jean – Louis Fetjaine).






martedì 20 ottobre 2009

Curiosità - Il Violino nella Pittura del '900

 Un affascinante viaggio nella pittura del '900. Il post che Aida Laterza dedica a ViolinistiNet è un bellissimo viaggio tra famose tele. L' arte che avvalora se stessa. Il Violino come forza creativa dei  più grandi artisti contemporanei. 



Il violino nella pittura
di Aida Laterza




Il violino, il suo fascino misterioso e le sue linee sinuose, ha ispirato decine di menti creative. Mi riferisco ad artisti che hanno scelto come strumento di comunicazione la pittura, forma d’arte per eccellenza.
Quale miglior artista per intraprendere questo breve viaggio di relazione, tra la pittura e il violino, se non Marc Chagall?
Sin dall’infanzia Chagall vive un’autentica passione per la musica, poiché strettamente connessa ai riti della comunità hassidico-ebraica di Vitebsk, cui la sua famiglia faceva parte.
Era enormemente attratto dai canti, dalle danze, dalla musica dei kletzmerim, i musicisti ebrei, che deliziavano feste o cerimonie religiose. Scrive nella sua autobiografia: “Diventerò cantante, diventerò cantore. Entrerò al Conservatorio”, così il giovanissimo Chagall prese lezioni elementari di canto da un vecchio precettore.
Inoltre vicino a casa sua abitava un violinista…

  “Durante il giorno faceva il commesso presso un mercante di ferramenta, la sera insegnava il violino. Io strimpellavo qualcosa. Qualsiasi cosa fosse, o comunque suonassi, lui diceva sempre, battendo il tempo con lo stivale: Ammirevole! E io pensavo: Diventerò violinista, entrerò al Conservatorio”


Invece divenne pittore: “La pittura mi era necessaria come il pane. Mi sembrava come una finestra da cui avrei potuto fuggire, evadere in un altro mondo…”

L’immagine del violinista è sì un frammento del suo vissuto, ma soprattutto una figura-chiave del suo linguaggio figurativo, del suo modo pittorico lirico e visionario, intrisa di densi valori simbolici.
Nel 1920 fu incaricato di decorare la nuova sala del Teatro Ebraico a Mosca. Come figura allegorica della musica scelse un violinista, molto simile a quello che avrebbe dipinto tre anni dopo (Il violinista verde). Il violinista sul tetto fonde due personaggi della storia di Chagall: lo zio musicista e il nonno che di tanto in tanto scorgevano “arrampicato sul tetto a sgranocchiar carote”. L’ubicazione eccentrica lo fa diventare un vero e proprio archetipo, il capostipite, l’emblema di tutti i violinisti che compariranno da qui in poi nei suoi dipinti. La posizione in bilico sull’apice del tetto evoca la precarietà economica e sociale dei kletzmerim, molti erano costretti a condurre una vita grama e difficile e a esercitare altre professioni per sopravvivere.D’altra parte questa stessa precarietà, questo trovarsi sempre “in bilico” si può estendere a tutto il popolo ebraico. In Liberazione (1952, Trittico Resistenza, Resurrezione, Liberazione) la figura dominante che si erge dal centro rosso è quella del violinista, cui è affidato il compito di esprimere gioia e luce attraverso la musica del suo strumento…“forme sonore come suoni”, scrisse Chagall. La gioia cromatica che inonda il dipinto sembra sprigionarsi dal violino stesso, magico strumento che suona, con i colori, un inno all'amore e all'arte.


Altro artista è Fernando Botero. "Violino sulla sedia" è sì una natura morta ma in versione “large”. L’artista colombiano dilata il violino fino a renderlo panciuto, tondeggiante, irreale, per godere appieno del colore. Persino l’ombreggiatura nei suoi dipinti è assente per non sporcare l'idea del colore che vuole trasmettere.Violino sulla sedia, 2000.

"Il Violinista" del 1998 si contrappone all'umana simpatia boteriana ricchissima di colore. Il soggetto, che quasi si confonde con lo sfondo scuro, appare austero, sobrio.


E ancora… come non parlare di Georges Braque, massimo esponente del Cubismo. Le nature morte sono state il tema privilegiato di quest’artista e, più in generale, hanno caratterizzato il primo periodo del Cubismo (Cubismo Analitico).

In Violino e brocca, del 1910, si evince l’assoluta libertà di Braque nell’uso della pittura. Il violino così scomposto e sfaccettato, fuso con lo sfondo, in totale assenza di prospettiva, sembra essere costituito da “piccoli cubi”. E’ affascinante notare come il frutto di questa innovativa ricerca apra inevitabilmente la strada verso l’Arte Astratta.


Mi piace chiudere questo breve viaggio, attorno ad un tema che meriterebbe ben altre stesure,  con  una talentuosa artista viennese, dall’impronta espressionista, Ilse Sanftl e il suo Stardivari-L’Anima dell’Arte. In questa tela traspare, in modo molto forte, quasi violento nel tratto, un mondo e una passione che attingono dalla mente.  Il violino, quasi fuso con lo sfondo, appare pervaso dal vento. L’artista sembra voglia evidenziare in questo modo l’immaterialità della musica. Sanftl ama tradurre il sentimento in una pittura poeticamente sfuggente.“I quadri sono come delle tappe della mia vita… sono un viaggio immaginario nel mio mondo interiore, attingono alle mie avventure oniriche, sono i miei stati d’animo”…dice Ilse.


 Con questa immagine, dal respiro intenso e impalpabile al tempo stesso, vi lascio a bearvi di cotanta meraviglia.

venerdì 16 ottobre 2009

Musica Violino, World - Musica in India del sud

Continua il nostro viaggio nella musica indiana con Francesca Guccioni che ci parlerà della musica Carnatica dell' India del sud.







Musica Carnatica
di Francesca Guccione



“Nata da una ricca cultura millenaria è stata suonata nei templi, quest’arte contemplativa richiede tempo, luogo e stato d’animo.
Quando ciò viene raggiunto, l’artista è in grado di indurre nell’ascoltatore un’esperienza trascendentale”.

Queste parole concludono il commento di un audiocassetta  regalatami un anno fa da una signora vissuta in India per anni, questo vecchio nastro rappresenta un tesoro della Musica Indiana, in quanto conserva le note del violino di L.Subramaniam, pilastro ed interprete della musica Carnatica. Dovendo parlare di quest’ultima, ho ritenuto indispensabile tradurre dall’inglese questo documento, per la sua completezza e semplicità:

“La musica Carnatica del Sud dell’India, è un’arte microtonale e modale che si fonda su una base teorica molto sviluppata, in cui sia  la melodia che  il ritmo sono fondamentali.
Nata da una tradizione vocale e radicata in una poetica mistica, fonde i suoi motivi ritmici complessi agli eleganti abbellimenti delle note. La musica Carnatica si basa sull’ improvvisazione e costituisce una sfida continua sia per l’intelletto, sia per l’agilità del musicista, chiedendo simultaneamente profonda concentrazione e spontanea composizione.

Le forme più complesse vengono chiamate Ragam,Tanam e Pallavi.

Il Ragam rimanda all’Alapana (introduzione ed elaborazione del Ragam), attraverso l’improvvisazione melodica  che incomincia l’esposizione di ogni modo.
Nell’Alapana, il musicista prova a rivelare i vari elementi melodici del modo scelto e a stabilire una sua atmosfera.
Questa parte della progressione non ha accompagnamento ritmico.

Nel Tanam (continuazione della libera improvvisazione melodica,senza ancora accompagnamento percussivo ), un battito ritmico viene introdotto alla fine di ogni frase concludendo in una cadenza.

Infine il Pallavi è un breve tema (con parole nel caso di una composizione vocale), generalmente collegato o ad un periodo dello schema ritmico o al Tanam ed è alla fine di questa sezione che il percussionista entra nel dialogo musicale.
Il Pallavi ha tre ulteriori caratteristiche:
il Niraval, il Trikalam e lo swara-Kalpana.

Il Niraval richiede il riempimento di una porzione della linea Pallavi ,con nuove idee musicali .
Il solista improvvisa sulle nuove melodie costruite attorno al pallavi  che sono state fissate in relazione al tanam.
Nel Trikalam la linea del Pallavi viene eseguita in tre tempi,tenendo costante il Talam e sono:
il tempo a metà,il tempo originale e il tempo doppio.
Lo swara-Kalpana è un’improvvisazione basata sul solfeggio delle sillabe in tempo andante o veloce, in cui ogni frase ritorna all’ inizio del tema del Pallavi.
Questa complicata improvvisazione melodica, viene conclusa da un’ improvvisazione ritmica di grande effetto del percussionista.”

Sperando  che questo breve documento, abbia suscitato in voi interesse , vi parlerò nel
prossimo articolo del maestro L. Subramaniam, della sua vita e della sua musica, concludendo insieme a voi questo viaggio, nella terra dell’ incenso, della danza e di Shiva.





martedì 13 ottobre 2009

Musica Violino, Barocca

Vi ripropongo questa bella intervista fatta dal sito "Da capo al Fine" alla violinista Isabella Bison, una tra le più conosciute violiniste nel panorama barocco italiano.


Clicca Qui per ascolatare l' intervista a Isabella Bison.



Che cos’è il violino barocco? Quando nasce? In cosa si distingue da quello moderno? Perché un violinista sceglie l’uno invece dell’altro? Quali sono le differenze tra un’esecuzione filologica e una moderna? Lo abbiamo chiesto alla violinista Isabella Bison, ospite del nuovo podcast di Da Capo al Fine, in una piacevole chiacchierata telefonica, arricchita da un’esecuzione moderna della Sonata op. 2 n. 8 in re minore di Antonio Vivaldi (di un interprete francese) e da due belle interpretazioni della stessa Bison: Armonia Capricciosa di Tommaso Motta e il Concerto op. IV n.3, primo movimento, di G. F. Händel.







venerdì 9 ottobre 2009

Curiosità

Il Violino e l' House Music  
In rete ho trovato un  estratto di un video di  Yanni (pianista, compositore, tastierista Greco) "Best Violin Solo" con Samvel Yervinyan violinista Armeno.
Bè.......giudicate voi!   :-)



Di seguito un altro lavoro di Yanni con due violini (e che violini!)  "The best 2 Violin Solo " Live in Acropolis. Fantastico!!!





martedì 6 ottobre 2009

Musica Violino, Jazz - Violinista: Joe Venuti

Ecco il primo post che Francesco del Prete (valente ed apprezzato violinista jazz italiano nonchè amico  di vecchia data) scrive per ViolinistiNet. Ci accompagnerà  lungo questo  viaggio nel mondo jazzistico. Sono davvero felice di vederlo collaborare con noi. Ci dà il benvenuto parlandoci del grande Joe Venuti.






Joe Venuti e il Violino Jazz
di Francesco Del Prete




All’inizio degli anni Venti del secolo scorso appare un uomo giustamente considerato il primo vero violinista solista della storia del jazz,
Joe Venuti. Strumentista eccezionale, “he had tremendous technique and he could swing more intensely than most horn players” [trad.: “in possesso di una tecnica tremenda e di uno swing più efficace di molti suoi colleghi trombettisti”].Musicista dalla sonorità generosa – quando necessario riusciva a produrre un suono talmente alto da essere ascoltato in mezzo ad una big band – e con una particolare cura nei confronti della melodia; secondo alcuni critici è proprio da questa naturale propensione che viene a galla tutta l’italianità del musicista, dotato di un suono caldo e rotondo, poco aggressivo, solo a tratti leggermente ruvido. Ha saputo esplorare tutte le possibilità del suo strumento, armonici, pizzicati, doppie corde, a volte anche quadruple(!), passando il violino tra il legno dell’archetto ed i crini allentati – Four String Joe.Tappa fondamentale della sua vita, l’incontro col chitarrista Eddie Lang – in realtà Salvatore Massaro – di origini italiane anch’egli, col quale negli anni Venti crea quel magnifico sound violino-chitarra col famoso gruppo dei Blue Four, primo tentativo convincente di un jazz da camera qualche anno dopo ripreso in Francia, ma sviluppato in maniera diversa, da Stéphane Grappelli e Django Reinhardt.Joe ed Eddy, compagni quasi inseparabili, polistrumentisti entrambi – la leggenda vuole che si giocassero col lancio di una monetina la scelta dei due strumenti! – tecnicamente ferratissimi, mettono a punto un linguaggio originale e specifico per i loro strumenti, del tutto indipendente dai modelli allora a disposizione: i country fiddler ed i chitarristi blues.I due italo-americani sapranno fare dell’ottimo jazz, ma anche molta altra musica, compresa la classica, partendo da presupposti e preparazioni tecniche differenti da quelli allora considerati canonici per un jazzman. La loro esperienza non è quindi riconducibile ad alcun tipo di stile, scuola e tendenza. Circostanza questa che prima ostacolerà e poi accompagnerà il riconoscimento di pubblico e critica. Alla fine degli anni Venti, almeno in Europa, i loro nomi facevano già parte del gruppetto di jazzmen bianchi più famosi. Poi la critica, francese soprattutto, con i suoi ostracismi, e la swing era, con la sua popolarità, provocarono i primi ripensamenti sull’effettivo valore del duo. A questo si deve aggiungere un’interpretazione, durante i concerti del tandem in questione, dotata di quel pizzico di humour distaccato che alleggeriva il coinvolgimento dell’ascoltatore-spettatore. Lang e Venuti avevano l’aria, ma, come chiarirà il violinista diversi anni dopo, anche l’intenzione, di burlarsi spesso del pubblico, non in maniera irriverente o offensiva, ma con la volontà manifesta di non prendersi, essi per primi, troppo sul serio. Dovremo attendere qualche anno ed il successo del quintetto dell’Hot Club de France e dei vari proseliti di Venuti Warlop, Asmussen,  per riportare la giusta attenzione sul lavoro svolto in studio dal 1926 al 1933 da quei pionieri di origine italiana. Perché di veri capiscuola si tratta: la coesione di questo ensemble è perfetta; al timbro raffinato, alla delicatezza melodica ed al profondo lirismo, allo swing sottile ed al relativo avanguardismo di Venuti, Lang aggiunge un accompagnamento nel ritmo e nel contrappunto così ricco che a volte si ha l’impressione di ascoltare una sezione ritmica completa. Grande successo riscuotono infatti i Blue Four, dal sound particolarissimo creato dalla combinazione con sax basso e piano. Purtroppo Lang verrà a mancare il 26 marzo del 1933 a causa di complicazioni successive ad un banale intervento di tonsillectomia ed il nostro violinista tarderà a riprendersi dallo shock della perdita. Pur affidandosi a validi chitarristi quali Dick McDonough e Frank Victor non riesce a ritrovare quel magico sound che ha creato con il suo compagno. Pian piano verrà dimenticato. Dobbiamo apprezzare gli sforzi del promoter Dick Gibson che, avendolo scovato verso la fine degli anni Sessanta in giro per i locali di Seattle, lo presentò a numerosi jazz parties frequentati da importanti jazzisti, i quali furono piacevolmente meravigliati di scoprire non solo che il vecchio Joe era ancora vivo, ma anche che “he was playing better than ever. Although forgotten by the jazz world, and thoroughly obscure figure to the general public, Venuti nonetheless maintained the highest standards for himself musically and didn’t permit his playing to deteriorate a bit”. [trad.: “egli stava suonando meglio di prima. Nonostante fosse stato dimenticato dal mondo del jazz, e sebbene fosse del tutto sconosciuto al grosso pubblico, Venuti aveva mantenuto musicalmente degli standard qualitativi molto alti e non aveva permesso al suo modo di suonare di peggiorare”]. Furono questi i suoi secondi dieci anni di grandissimo successo – i primi dieci li passò accanto ad Eddie Lang fra il 1923 e il 1933 – che lo portarono nelle sale da concerto di tutto il mondo per la gioia degli appassionati della musica del secolo scorso. Joe suonò fino a poche settimane prima di morire di cancro, il 14 agosto 1978 e, come ha sottolineato il jazz mandolinist Jethro Burns, “it’s going to be many years before people realize how great he really was!”. [trad.: “dovranno passare molti anni prima che la gente realizzi quanto è stato grande”].È un imperdonabile errore che alcuni frettolosi studiosi di jazz – come ad esempio Gunther Schuller nel suo libro Early Jazz del 1979 – non degnino della pur minima citazione né lui né il suo formidabile chitarrista!Tutti i jazz fiddlers che seguono Venuti saranno tremendamente influenzati dall’italo-americano, anche se, in realtà, non dal suo stile molto personale.






sabato 3 ottobre 2009

Musica Violino, World - Musica Hindustana (India del Nord)

Colgo l'occasione  con questo post per presentarvi la  mia  valente collaboratrice Francesca GuccioneRitorniamo sull' argomento  della meravigliosa musica indiana, anzi  cominciamo ad osservarla  più da vicino!


La Musica dell' India del Nord #2
di Francesca Guccione

Il luogo in cui la spiritualità si concretizza in musica è l’India. Qui infatti il confine tra arte e religiosità è talmente sottile, che ogni regola e ogni strumento musicale diventa un ponte di collegamento tra il reale e il divino e questa realtà non poteva non includere il suono impalpabile ed etereo del violino.
Bisogna, a questo punto,ricordare la suddivisione della musica indiana degli ultimi quattrocento anni che possiamo riassumere in due grandi rami: la musica Hindustana dell’India del Nord, che conserva, per vicissitudini storiche, l’influenza araba; la musica Carnatica dell’India del Sud, che conserva le radici della musica indiana più antica e in cui il violino, introdotto in India all’inizio del diciottesimo sec. è utilizzato maggiormente rispetto alla prima.

Un elemento fondamentale per comprendere il linguaggio musicale indiano è il Raga.

Questo termine descrive strutture musicali sottoposte, durante l’esecuzione, a precise regole basate su un certo numero di scale musicali che si sviluppano gradualmente.
Le note possono variare durante il movimento ascendente e discendente,nella musica Hindustana le scale di base sono dieci,mentre in quella Carnatica sono settantadue ,delle quali trentadue effettivamente utilizzabili. L’esecutore è libero d’improvvisare sul momento una serie infinita di combinazioni ritmiche e melodiche, attenendosi alle regole specifiche del Raga, che si divide in due tipi: la base (malakarta raga), che ha una struttura rigida e il derivato (janya raga), che è l’elemento che evolve la melodia. Lo sviluppo di un Raga segue quindi una scala modale, in grado di creare: associazioni emotive come la gioia, la tristezza e la serenità; una gerarchia dei gradi in relazione a una nota fondamentale, la tonica; abbellimenti specifici; infine una forma melodica caratteristica riconoscibile immediatamente dagli ascoltatori.
Nella sua integrità segue sempre lo stesso procedimento, prima l’Alap (improvvisazione in tempo libero), lo Jog (improvvisazione ritmata), infine l’esecuzione di una melodia composta da un ciclo ritmico (Gat nel Nord e Kriti nel Sud).

Dopo questa breve parentesi, la prossima volta ci soffermeremo sulla musica Carmatica, su altre strutture musicali e su maestri di violino che hanno reso la musica indiana celebre in tutto l’Occidente.

Vi lascio con una bellissima frase:
“ La musica è la voce di tutta l’umanità,
di qualsiasi tempo e luogo. Alla sua presenza noi siamo Uno.”


Per chi volesse ecco il post del 27 febbraio sul violino e la musica Indiana.
Un esempio di musica Hindustana.





p.s


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