domenica 2 gennaio 2011

Paganini e il Violino (Parte 1)



Non si può parlare di violini senza ricordare Nicolò Paganini, l’artista che più di ogni altro ha contribuito alla diffusione di questo meraviglioso strumento.
Non ha un bell’aspetto. E’ di statura media e non ha portamento eretto. E’ magro, pallido, cupo. Quando ride si nota che gli mancano alcuni denti. La testa è troppo grande per il suo corpo ed il suo naso è a becco. I suoi capelli sono neri, lunghi e quasi sempre spettinati. E’ veramente brutto.”
Così descriveva Paganini Matteo Nicolò De Ghetaldi, magistrato ragusano che viveva a Venezia, città spesso frequentata dal violinista. A dispetto dell’impietosa descrizione siamo di fronte ad un uno dei più grandi fnomeni artistici di tutti i tempi. Anche il suo genio precoce ricorda Mozart; ad otto anni compose la prima
sonata, a dodici anni l’esordio in concerto nel teatro di S.Agostino segnerà l’inizio di una serie
entusiasmante di esibizioni.
Da quel momento è un susseguirsi di trionfi artistici in Italia ed Europa. La sua grandezza fu sancita dai commenti dei più grandi artisti dell’epoca:”E’ la voce di un angelo” (Schubert),”E’ un fenomeno unico” (Schumann), “Perfetto” (Chopin),”Insuperabile” (Lizst), “Weber è una meteora, Paganini è una cometa” (Berlioz). Meno formale, ma sicuramente non per questo meno positivo il commento di Gioacchino Rossini: “Solo due volte ho pianto in vita mia: quando un tacchino infarcito di tartufi mi cadde accidentalmente nell’acqua e quando sentii suonare Paganini“.
Nell’Europa del primo ‘800 Paganini fu una sorta di fulmine a ciel sereno; incarnò l’artista nuovo in grado di stupire ed esaltare le genti con il suo genio artistico, anticipando di secoli il mito delle moderne rock-star. Nel 1828 giunse a Vienna; il grandissimo successo nella Grande Redoutensaal della Hofburg lo obbligò a numerose repliche tanto che l’imperatore Francesco II lo nominò “virtuoso da camera” e in quell’anno nella capitale austro-ungarica si vendevano guanti alla Paganini, biscotti alla Paganini, cravatte alla Paganini ecc., tanto era l’entusiasmo in chi lo ascoltava. La lunga tournee iniziata a Vienna continuerà nella altre capitali dell' europa e l’artista, ovunque trionfante, ritornerà in Italia soltanto alla fine del 1934.
Niccolò Paganini rientra nel novero degli artisti che scatenano curiosità e fantasie sia per la  propia vita priva tadi regole che per le dicerie che alimentavano il sospetto di un patto con il diavolo a vantaggio della sua carriera. L’aspetto, gli atteggiamenti istrioneschi, gli abiti che indossava, contribuirono di certo a rafforzare queste voci; Paganini si presentava ai concerti vestito rigorosamente di nero, capelli lunghi e scompigliati, sdentato, il viso pallido e ossuto dove spiccava il grande naso aquilino, occhialini rotondi e scuri, una figura inquietante per molti versi. A Palermo, durante un concerto, un ascoltatore giurò di aver visto Paganini suonare e il diavolo muovere l’archetto (lo stesso raccontò anche un autorevole critico viennese). A Vienna un cieco chiese : “ma quanti sono a suonare” ed alla risposta “è uno solo” esclamò: “allora è il diavolo”. I tedeschi coniarono per Paganini l’epiteto: “infernal-divino” ; ma queste maldicenze furono sicuramente favorite dal clima culturale romantico di quel periodo e non da reali interessi demoniaci dell’artista. Certo è, comunque, il suo gusto per il macabro era ben noto. E’ sempre il magistrato siciliano De Ghetaldi a scrivere di strani concerti notturni tenuti dal Maestro nel cimitero di Venezia; la gente si raccoglieva strabiliata ad ascoltare, alcuni ridevano, altri, commossi, interpretavano il suo gesto come un omaggio ai defunti. Spesso, non curante della pioggia e del vento, il Maestro suonava nelle notti di tempesta. La conclusione fu che il Patriarca di Venezia dovette ammonire i fedeli dall’ascoltare quel musicista che profanava luoghi sacri.
Liberatosi presto dal giogo e dalla rigida disciplina paterna, la ricchezza ed il carattere focoso lo portarono a portare avanti una vita movimentata in cui ebbero molto peso le avventure amorose e la passione per il gioco d’azzardo. L’artista disse “quando fui veramente padrone di me stesso mi buttai a capofitto nei piaceri della vita e ne bevvi a grandi sorsate“. Una volta, in una sola notte, riuscì a perdere al gioco tutto quanto aveva fino ad allora guadagnato con la sua attività di artista. Nel tentativo di rifarsi non esitò a mettere sul tavolo da gioco il suo prestigioso violino Stradivari ma perse anche quello. Iniziò quindi la disperata ricerca di un violino che gli consentisse di continuare ad esibirsi nei concerti. La ricerca fu vana, nessuno degli strumenti era adatto alle sue esigenze. Dalla biografia curata da Peter Lichtenthal sappiamo che un ricco francese di nome Livron , saputolo, gli prestò per un concerto un magnifico violino di Guarneri del Gesù.
L’esecuzione di Paganini (Livorno 1802) fu talmente entusiasmante che alla fine del concerto Livron si precipitò sul palcoscenico, l’abbraccio e gli disse: “il Guarneri è vostro, ma ad una condizione: che lo suoni unicamente Paganini” . In seguito il musicista entrò in possesso di  molti  altri strumenti di grande valore (Stradivari, Maggini ed uno splendido Amati), ma nessuno di questi si dimostrò all’altezza del Guarneri che lui affettuosamente chiamava il mio “cannone”. Un’altra versione, sicuramente meno affascinante, racconta che il commerciante Livron ed il socio Hamelin donarono il violino a Paganini in occasione dell’inaugurazione del loro teatro livornese. L’appellativo “cannone”, dovuto al suono forte e possente dello strumento, si deve non all’artista ma ad un giornalista del “Giornale delle due Sicilie” che usò il termine nel 1819, in occasione di uno strepitoso concerto al Teatro S.Carlo di Napoli.

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1 commento:

  1. Grazie per la visita nel mio blog, che a dire il vero ultimamente ho molto trascurato. ciao, elena

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